Cronache di una mamma che cresce mentre cresce i suoi figli

Cosa succede
Mi accorgo che sto insegnando la regolazione emotiva proprio mentre la sto ancora imparando. Succede ogni volta che le emozioni dei miei figli diventano forti, e con bambini piccoli le emozioni sono sempre intense. Basta un gioco che cade, un “no” che non vogliono sentire, un bisogno che non posso soddisfare.
E lì si attiva anche la mia paura del rifiuto, quella che mi fa desiderare di essere sempre accolta e amata, soprattutto da loro. Ma essere madre significa anche fare la cosa giusta quando loro non la vogliono, e questo a volte mi fa sentire detestata.
La mattina, per esempio, vestirsi è una lotta. Soprattutto con E., che trova sempre una motivazione per non fare ciò che gli viene chiesto. Se gli dico di alzarsi e scegliere un paio di pantaloni, lui cambia discorso, si perde in racconti che non c’entrano nulla, oppure resta a letto dicendo “prima faccio” o “ascoltami”.
So che lo fa per sentirsi in controllo, ma è snervante ripetere la stessa richiesta cinque volte, in cinque modi diversi, mentre io sono ancora assonnata, con la giornata già piena di impegni che mi ronzano in testa e senza aver bevuto nemmeno un sorso di caffè.
Spesso ciò che diciamo lo diciamo per proteggerli: stammi vicino, dammi la mano, cammina piano, aspettami. Ma per loro sono solo limiti, ordini, fastidi.
E quando già faccio fatica con la mia autostima, quando già ho la sensazione che nessuno mi ascolti, vedere che nemmeno loro lo fanno mi manda in tilt. Perché non diventa solo un mio problema personale: diventa un rischio per la loro sicurezza, per il mio ruolo di madre, per la mia capacità di guidarli.
La verità è che ci sono giorni in cui il peso della responsabilità è immenso. Due bambini che dipendono da me per tutto, mentre io stessa sono stanca, triste o già sovraccarica.
E quando loro fanno semplicemente i bambini, io mi ritrovo a dover convincere un duenne che non può uscire scalzo o un quattrenne che non può vivere di mais e olive. Vorrei solo essere ascoltata, e alla fine lo so che lo sto chiedendo a persone troppo piccole per farlo davvero. So che sono le mie aspettative che devono essere rimodulate.
Nei periodi di sovraccarico è ancora più difficile. Fuori casa devo funzionare, devo mascherare, devo essere regolata quando non lo sono. E poi torno da loro, che sono la mia zona sicura, e mi ritrovo senza più energie, per essere la loro zona sicura.
A questo si aggiunge il fatto che appartengo a due categorie sfortunate: sono una millennial cresciuta con l’idea che le emozioni vadano contenute e non espresse (dai non piangere, dai non esagerare, ma perché te la prendi così…) e sono AuDHD, quindi la gestione emotiva è doppiamente complessa.
Ho la sensazione di avere una profondità emotiva che spesso non trovo negli altri, e a volte mi sembra di essere circondata da persone con la profondità emotiva di una tazzina di caffè. E se fossi la tazzina, mi offenderei pure.
Quando sto per perdere la calma, non penso. Reagisco. Nei momenti di sovraccarico la parte razionale del cervello è inaccessibile: c’è, ma la via è sbarrata, non c’è modo di accedere alle risorse o di restare lucide.
E subito dopo essere esplosa sto male, perché so di aver reagito male. Sto male anche fisicamente, perché le emozioni sono travolgenti e intense anche per me.
Praticamente siamo tre bambini senza la giusta formazione della corteccia prefrontale, ma a una di noi è richiesto di essere adulta, responsabile, contenuta ed equilibrata.
Ho letto, studiato, cercato strumenti che nessuno mi ha mai insegnato. Eppure mi ritrovo a urlare, a sbottare, a scaricare la frustrazione su due personcine che non hanno gli strumenti per accogliere tutto questo. E ogni volta mi chiedo come faccio a insegnare qualcosa che sto ancora cercando di imparare.
Perché è difficile
Le aspettative che sento addosso sono enormi. Innanzitutto non voglio commettere gli stessi errori che sono stati fatti con noi quando eravamo piccoli, noi che siamo stati cresciuti da genitori autoritari (non autorevoli) che esercitavano controllo con paura e minacce, con zero o minima intelligenza emotiva e spesso applicando il “due schiaffi non hanno mai fatto male a nessuno” oppure il “te ne ho date troppo poche”.
Noi non vogliamo questo. Vogliamo essere diversi, imparare di più, dare ciò che noi non abbiamo potuto avere perché ai nostri genitori non sono state date le risorse e gli strumenti. Spezzare il ciclo.
Niente ultimatum del tipo “si fa così perché lo dico io e basta”, anche perché con un figlio ADHD non funzionerebbero comunque: gli ordini senza logica e senza un perché ci entrano da un orecchio ed escono dall’altro. Oltre al fatto che li ritengo inutili e sbagliati, nella mia famiglia la “cieca obbedienza” è geneticamente impossibile.
Mi aspetto da me di essere migliore. Migliore di chi ha usato violenza fisica o psicologica o minacce per farsi ascoltare. I risultati di certi metodi si vedono in persone che non sanno guardare oltre il proprio naso perché vivono in modalità sopravvivenza e aggrediscono per paura. Non voglio essere la madre che alza le mani, che urla, che i figli ascoltano perché hanno paura e non perché hanno capito davvero il perché di una regola o di un limite.
La rabbia e la frustrazione sono le emozioni che mi mettono più in difficoltà, mie e loro. Sono irruenti, intense, a volte distruttive. Non sempre funziona respirare profondamente, cercare di calmarsi, allontanarsi un momento per riequilibrarsi, perché le emozioni ADHD esplodono e non svaniscono in un attimo.
Dentro la rabbia c’è dolore, c’è frustrazione, c’è senso di fallimento. C’è la paura di non fare la cosa giusta, o che un errore possa causare danni irreparabili ai propri figli. Ho paura di farli soffrire, di non riuscire a dare loro gli strumenti che sono mancati a me, di vederli passare anni di dolore emotivo in infanzia o adolescenza.
Mi sento “non all’altezza” quando continuo a commettere errori anche se ho gli strumenti, anche se dovrei sapere meglio cosa fare e come farlo. Nei momenti di disregolazione emotiva è praticamente impossibile accedere alla parte razionale del cervello. È una caratteristica delle crisi AuDHD.
Sono convinta che l’unico modo per crescere persone sane sia la genitorialità gentile, che significa semplicemente trattare i propri figli come esseri umani, ricordandosi quali sono le loro caratteristiche fisiologiche. Tuttavia non è semplice, visto che non ho modelli e che nessuno mi ha mai insegnato a fare ciò che cerco di essere e fare con loro.
Io so che un errore non pregiudica tutto. So che ciò che davvero conta è esserci, chiedere scusa, riparare. Ma le cadute fanno male. Rialzarsi è difficilissimo. È doloroso verso di loro e verso me stessa, perché non vorrei fallire mai.
Lotto con la paura che se sbaglio non sarò amata. Con il bisogno di compiacere sempre gli altri. Con l’idea che se non sono perfetta sarò rifiutata. Lo si impara se si cresce per trentadue anni senza diagnosi.
Cosa riesco a fare davvero, quando ci riesco
Nella maggior parte dei casi, la prima cosa che cerco di fare per non reagire subito è ricordarmi che per loro io sono tutto. E non è un modo di dire. Loro non hanno una persona con cui confidarsi diversa da me o dal loro papà. Noi siamo la loro cerchia di riferimento.
Se litigano con noi non possono ancora andare a lamentarsi con gli amici, sono troppo piccoli. Noi siamo i primi che devono modulare le nostre emozioni in modo sano, esprimerle senza distruggere, perché è da noi che loro imparano. Essere il loro esempio.
Loro non fanno quello che gli diciamo, imitano quello che facciamo. Se vogliamo che imparino qualcosa, siamo noi i primi a doverla fare nel modo in cui vogliamo che la facciano anche loro. I figli ti “costringono” a diventare la migliore versione di te, se ti interessa farli entrare nel mondo delle persone civili e non dei troll di montagna imbruttiti.
Un giorno E., non so nemmeno io da quale immensa fonte di ispirazione, per sua iniziativa mi è venuto a dire che lui, per calmarsi, unisce il pollice e l’indice mentre inspira e li allontana mentre espira. È una strategia che ha trovato lui. Forse dopo avermi vista respirare cento volte, ma comunque sua.
Ho provato un moto immenso di orgoglio. La differenza è che lui questa strategia la sta imparando prima dei quattro anni, mentre io ho imparato a respirare davvero tra i trentatré e i trentaquattro. E ancora oggi faccio fatica. Per lui diventerà naturale. Per me richiede uno sforzo consapevole ogni volta.
Ascoltare il mio corpo, sentire i piedi a terra, le mani, le spalle, fare una profonda inspirazione dal naso e poi espirare lentamente con la bocca è la strategia immediata che mi aiuta di più. A volte chiudo gli occhi per un paio di respiri, riducendo gli stimoli e riportando l’asticella della sovrastimolazione a un livello gestibile.
Spesso inspiro e dondolo leggermente la testa, allungando i muscoli del collo verso l’alto, per lasciare andare la tensione.
Quando sento che sto per superare il limite, posso provare a dare un nome a quello che sento. Posso dire: “Le emozioni della mamma ora sono molto forti e scombinate, mi serve un momento per calmarmi”. Il vero problema è quando non riesco a fermarmi prima del limite.
E allora arriva il dopo. Come mi rialzo dopo aver sbagliato. So che voglio e devo chiedere scusa. Ci provo a spiegare cosa mi è successo.
Dico: la mamma ha sbagliato a urlare, aveva le emozioni scombussolate, era molto arrabbiata, molto triste, e ha fatto uscire le emozioni nel modo sbagliato. La prossima volta proverò a comportarmi meglio.
Rialzarsi però non è immediato. A volte ci riesco dopo qualche ora, a volte dopo qualche giorno passato a sentirmi in colpa.
Capita che loro mi abbraccino e mi facciano capire che, anche se non sono perfetta, resto la loro mamma e che mi vogliono bene. Mi sciolgo, e forse mi sento quasi più in colpa di prima, anche se poi un pochino meglio.
Un dolore immenso è quando loro si sentono responsabili delle mie emozioni. Se mi chiedono scusa per avermi fatto arrabbiare. In quel caso la mia risposta è sempre che le emozioni della mamma sono mie e mie soltanto. Che sta a me esprimerle senza fare male a nessuno. E che se loro hanno sbagliato qualcosa, ci concentriamo su cosa possiamo fare di diverso, ma le emozioni della mamma è cura della mamma gestirle.
Alla fine sono loro a farmi rialzare. Loro e mio marito. Ma ci vogliono anche settimane, a volte, perché il senso di inadeguatezza e di colpa se ne vadano. Onestamente, a volte non se ne va mai davvero. Resta lì, sopito, latente.

Non devi essere perfetta per essere abbastanza
Vorrei che una mamma nella mia stessa situazione sentisse dire questo: essere consapevole di te stessa e lavorare attivamente per essere la versione che vuoi di te ti rende esattamente ciò di cui i tuoi figli hanno bisogno. Perché solo lavorando su di te potrai essere davvero al loro fianco.
La prova concreta che sto crescendo insieme ai miei figli è che la quantità di urla e di crisi è nettamente diminuita. La sovrastimolazione c’è ancora, ho altre difficoltà e preoccupazioni, ma ogni volta che scopro un nuovo sistema per capirmi e capirli cerco di attuarlo. Ci sono molte cose che vorrei fare ma ancora non faccio, strategie che vorrei implementare, tecniche che restano sulla carta. Ma so che devo darmi la grazia di accettare che tra pensiero e azione, nel mio caso, spesso c’è di mezzo un oceano.
E se c’è una cosa che ho imparato, è che la perfezione non educa. La riparazione sì.
Sii perfettamente imperfetta. I tuoi errori, e il modo in cui li risolvi, li aiuteranno molto più di qualsiasi versione perfetta di te.
Se leggendo ti sei sentita meno sola, sappi che è esattamente per questo che scrivo. Puoi seguirmi sui social come DivergenteMenteMamma, dove parlo di genitorialità reale, neurodivergenza e riparazione. E se vuoi ricevere direttamente nella tua casella email pensieri più profondi e vulnerabili, puoi unirti alla mia newsletter su Substack: divergentementemamma.substack.com

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